martedì 25 novembre 2008

Gravi danni alla Fantastic durante il transito di Bonifacio

OLBIA. Liberi dopo 40 ore da una prigione senza sbarre, fatta solo di mare. Ostaggi su una nave dal passo incerto che si è fatta largo tra onde alte dieci metri. I 250 passeggeri della Fantastic, nome profetico, hanno le gambe molli di chi ha cavalcato la tempesta. Veloci lasciano il traghetto arrivato all’Isola Bianca dopo quasi due giorni di galleggiamento impazzito. Naufraghi del terzo millennio senza la zattera, escono dalla stiva con il Suv ammaccato dopo ore di lotta contro i flutti. Hanno superato mare 11 e onde alte come palazzi che prendevano a schiaffi il traghetto. Qualcosa di simile a un giro in lavatrice lungo due giorni.
L’imponente gigante di lamiera ha oscillato per ore come una qualsiasi bacinella sotto una tempesta mai vista. La nave si è quasi rovesciata su un fianco. Solo l’esperienza del capitano e dell’equipaggio hanno evitato danni ulteriori. Mentre macchine e camion si agitavano nella stiva come sull’autoscontro, ai piani superiori le onde si arrampicavano ai lati del traghetto e come un terremoto disintegravano tutto quello che c’era dentro la nave.
La Fantastic, della Grandi navi veloci, è partita da Genova venerdì alle 20. Destinazione Porto Torres. Arrivo previsto sabato mattina. Dopo 40 ore la nave ha attraccato a Olbia. Nel molo accanto c’è la Janas della Tirrenia, anche lei doveva arrivare nello scalo turritano, ma ha riparato all’Isola Bianca. In mezzo un calvario per i passeggeri. Per oltre 24 ore la Fantastic ha fatto avanti e indietro lungo la Corsica. L’isola è servita come scudo naturale alle sferzate del maestrale. Ma prima di riparare in acque francesi il traghetto tentava di superare le Bocche di Bonifacio. Là la tempesta è diventata insostenibile. «L’inferno si è scatenato quando ero in cabina - dice Giovanna Porcu -. Erano le 5 del mattino. Ha cominciato a volare di tutto, i cassetti, la scaletta. È mancata la luce. Sono uscita. Le onde erano altissime oltre 10 metri. sentivo la nave inclinata su un fianco, non riuscivo a restare in piedi. Sono arrivata alla hall. Il bancone di legno e marmo non c’era più. I resti si spostavano da destra a sinistra lungo tutta la sala nel rollio dell’imbarcazione. Le finestre di molte vetrate erano sfondate. Ho avuto paura, come tutti».
In molti sono rimasti dentro le cabine. «Sentivo la nave che oscillava come un pendolo - racconta Stefano Giagheddu -. Io ero a letto. Coricato. Prima l’ondata mi schiantava in avanti. Poi mi tirava giù. La porta si è spalancata. I bagagli volavano dentro la cuccetta. Non c’era la luce. Sono riuscito a scendere dal letto poi a strisciare fuori dalla cabina». Racconti fatti con le gambe molli. «Ho creduto di morire - afferma Costanzo Squarotti -. La nave ballava come non ho mai visto. Alle 5 del mattino la situazione è peggiorata. Il traghetto si è piegato. Dentro si è sfasciato tutto. Ha cominciato a volare ogni cosa. I macchinari della palestra sono schizzati, hanno sfondato la vetrate e sono finiti quasi dentro la piscina».
La nave che si inclina di 30 gradi, con il muro d’acqua che si fa sempre più vicino alle finestre della fiancata. Come un aereo in picchiata, come una riscoperta da incubo della forza di gravità, dentro la nave si agita tutto. Il bancone della hall, legno e granito, schizza via in mille pezzi, come fosse fatto di cartone, i flutti avvolgono il ponte. La nave resta inclinata su un fianco per alcuni minuti, come in un impossibile esercizio di equilibrismo. Le Bocche di Bonifacio, due frullatori sempre accesi che rimescolano le acque del Mediterraneo, mordono la nave, la masticano e la sputano via. Il comandante che puntava a Porto Torres fa una virata d’emergenza. Un po’ come chiedere a un elefante di fare le capriole. Nella manovra scivolano via anche le zattere. Il traghetto ripara dietro la Corsica. Fa melina avanti e indietro in attesa che il vento si faccia meno rabbioso e porti consentano l’a ttracco. Ma per i passeggeri dopo la shakerata dell’alba inizia una nuova prova di resistenza. Per 24 ore rimangono sotto costa. L’i nterfono è andato in mille pezzi. Le comunicazioni le dà il comandante a voce. Il resto lo fa il passaparola. I telefonini funzionano a singhiozzo, filtrati dalla compagnia telefonica francese. Nessun ferito tra i passeggeri, solo qualche contuso. Ma per capire la furia del mare basta osservare i resti del bancone della reception o vedere il pianoforte finito a gambe all’aria. «È una vergogna - tuona un altro passeggero, Glauco Di Martino -. Siamo rimasti all’oscuro di quello che succedeva per ore. La nave era in pezzi e il comandante non è voluto attraccare a Olbia. Ci ha detto che c’erano motivi di sicurezza. Nessuna comunicazione. Il personale ci ha assistito, ma a bordo non c’era un medico. Una donna cardiopatica è stata male. Alla fine siamo riusciti a metterci in contatto con la polizia italiana grazie a una mia conoscente. Era impossibile fare il 113 dalla Corsica. Abbiamo chiesto di essere soccorsi. Dopo un’ora il capitano ci ha comunicato che saremo arrivati a Olbia».
Già pronta la denuncia del compagno della donna che si è sentita male. «Ho le firme degli altri passeggeri - afferma Vincenzo Loddo -. Abbiamo vissuto un’esperienza allucinante. 40 ore in trappola del mare e del traghetto. Senza mai sapere cosa stesse per accadere». Finisce di parlare e rimette la testa dentro il cofano della sua Nissan tirata fuori dalla nave da un muletto. L’auto non parte più. Per lui e la sua compagna la traversata nera continua.
(24 novembre 2008)

Nessun commento: